domenica 22 novembre 2009

19 minuti di stupore


Il cortometraggio Emilie Muller di Yvon Marciano proposto a lezione da Giuseppe Varchetta è stata la perfetta conclusione per una riflessione sul tema della competenza.
La protagonista, Emilie Muller, è una giovane attrice che si presenta in uno studio cinematografico per un provino. Il regista per metterla a suo agio la invita a parlare di se prendendo spunto dagli oggetti contenuti nella sua borsa.
Emilie, partendo da degli oggetti casuali – una mela,una cartolina, un diario, un biglietto aereo, un libro, delle fotografie ed altro ancora - crea una storia, parla di sè, dei suoi amici, di un suo possibile viaggio a Nizza, della sua infanzia, dei suoi genitori, dei suoi sogni da bambina, del suo essere incapace di resistere alle attenzioni seduttive altrui: è un mondo aperto alla sollecitazione imprevedibile del prossimo oggetto sconosciuto che uscirà dalla borsa, e che lentamente trascina il regista e noi spettatori nell’ universo di questa ragazza che si fa sempre più intrigante e affascinante.
Ma la sorpresa è proprio alla fine…quando il regista e noi spettatori veniamo a sapere che la borsa non era la sua ma di un’altra donna che lei non conosce!

E così da ragazza ingenua e spontanea, forse “troppo giovane” per quella parte, si trasforma in una grande attrice dal dono eccelso dell’improvvisazione capace di stupire e far credere reale un racconto inventato al momento.
Emilie da un insieme di oggetti casuali fa emergere un universo possibile e coerente che come afferma Varchetta “si struttura come evento globale, denso, e sviluppa un pensiero categoriale” entrando in relazione estetica con lo spettatore. E cos’è la competenza se non questa capacità di stare nella mancanza, di oscillare nel vuoto dell’imprevedibilità, del “qui e ora” , trasformando il caos in cosmo ? Di certo non è sul curriculum vitae che si può valutare la competenza di una persona…l’identità non sta mai scritta una volta per tutte ma muta continuamente, si struttura nel contesto e nelle relazioni che incontra, segue un pensiero fluido e indefinito così come è la vita, impossibile da far rientrare in qualunque sistema o teoria.
Daniela Quancinella
Celia Lopez Vittori

giovedì 19 novembre 2009

Italia rosso sangue


Finalmente ce l’ho fatta, sono riuscita a prendere posto in una sala gremita di donne in tailleur e uomini in cravatta, per fortuna c’è qualche volto giovane che non mi fa sentire un pesce fuor d’acqua. “Devo trovare una penna … Bingo! Ora la serata può cominciare!”.
Una voce attira l’attenzione del pubblico, ed in particolar modo la mia: “Ah … L’uomo della penna –Iniziamo bene-” si tratta di Alberto Conci, il coordinatore della serata e curatore del libro “Sedie Vuote”, edito da Il Margine. Sin da subito sottolinea l’importanza della parola “memoria”, come tentativo di legare, tramite un fil rouge, chi ha dato la vita per le istituzioni democratiche ed ogni cittadino che ha a cuore la propria città e la sua legalità.
Sono passati solo pochi minuti che il pianto del Procuratore aggiunto a Milano, Armando Spataro, invade la sala “C’è sempre la speranza di non essere sopraffatto dall’emozione … il silenzio delle persone …”, altro momento in cui le mani dell’ex collega di Guido Galli si portano agli occhi. “Passando il tempo, hai paura di dimenticare, ma non c’è nulla che posso dimenticare di Guido”. Inizia qui un excursus dall’emergenza degli anni di piombo all’attuale emergenza costituzionale dove le toghe porpora dei magistrati si colorano di rosso per il sangue versato in questi anni. Un lungo applauso accompagna i ricordi raccontati da Spataro sulle memorie di vita dei magistrati Emilio Alessandrini e Guido Galli, che furono assassinati per mano di un commando di Prima Linea, rispettivamente nel ’79 e nel ’80, solo perché amavano e facevano con passione il loro lavoro contro il terrorismo.
A questo proposito interviene Marco Alessandrini, avvocato del Foro di Pescara, ma in primis figlio di Emilio, che ricorda una sua dichiarazione rilasciata al Corriere della Sera il 3 giugno scorso: “Ciò che non mi da pace è che mio padre è stato ucciso da una banda di cretini. Solo dei cretini!”. Alla tenera età di 8 anni non riesce a rivedere suo padre se non nelle immagini della Renault 5 arancione ferma ad un incrocio e, racconta quanto sia stato deluso dalla pochezza, dell’anteprima a Torino, del film “La prima linea”, cha altro non è che una “condanna furba” alla legalità, grazie agli attori “fighi” del momento (Mezzogiorno –Scamarcio). Impensabile inoltre che questo film, ispirato al libro di Sergio Segio, sicario dei magistrati, percepisca contributi pubblici per la sponsorizzazione del valore del terrorismo. Insomma, come accade molto spesso in Italia, si finisce per ricordare i cattivi, anziché i buoni. Vedremo nei prossimi giorni come si muoverà Bondi, Ministro dei Beni e delle Attività Culturali.
La conclusione spetta di dovere al Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati e Sostituto Procuratore presso il Tribunale di Roma, Luca Palamara, che dalle prime battute ricorda ai presenti che l’Italia ha due mentalità diverse: una legata alle istituzioni repubblicane che ha rispetto per le istituzioni e per il ruolo della Corte Costituzionale; e l’altra che strumentalizza ogni singola decisione della Magistratura, che a parer loro è divisa tra buoni e cattivi e tra neri e rossi. “Gli SMS che ho ricevuto durante la serata sono una vera e propria forma di protesta dei colleghi magistrati, che credono ancora nei principi fondamentali delle democrazie costituzionali, rappresentate dal Codice, mentre contemporaneamente in un programma televisivo (in onda giovedì sera alle 21 su un canale RAI), un direttore di una testata nazionale, sostiene che la Magistratura lavora solo 4 ore al giorno …”. Sdegno per le parole irrispettose per una categoria che come abbiamo visto muore con il Codice in mano.
A quanto pare c’è un problema di fondo in questa Italia che non vuole capire che tutti coloro che hanno dato la vita per questi principi non debbano morire due volte. Resto senza parole davanti a questa immagine e credo che alzarsi in piedi sia un omaggio a questa drammatica spersonalizzazione delle vittime da parte della violenza politica.
Viviana Gregori
Intervista rilasciata da M. Alessandrini al Corriere della Sera 3.06.2009
Puntata di Anno Zero “Fai la cosa giusta” del 12.11.2009
Articolo di Benedetta Tobagi sulla Repubblica del 13.11.2009

domenica 15 novembre 2009

il costo di attivarsi...

La prima lezione di economia mi ha colpita a tal punto che per un po’ ho smesso di chiedermi: dov’ è l’arte nel mio cervello? E così ho iniziato a ragionare sui costi di attivazione. Cosa si intende per costi di attivazione? Parafrasando in libertà ed estrema sintesi le parole dell’economista Guido Ferilli, i costi di attivazione rappresentano lo sforzo che consapevolmente e autonomamente ci imponiamo al fine di conoscere una qualsiasi cosa.
Exemplum adiuvat
Se decidiamo di andare a vedere per la prima volta in vita nostra l’opera di Giuseppe Verdi La Traviata, un buon costo di attivazione potrebbe essere quello di leggerci prima il libretto. Un ottimo costo di attivazione sarebbe quello di approfondire le altre opere di Verdi. Infine, un costo di attivazione straordinario potrebbe essere quello di interessarsi alla storia dei librettisti.
Accedendo alla più immediata e comune fonte di informazioni, il web, va da sé che, rispetto a un'opera lirica, il nostro costo di attivazione sarà assai minore se cerchiamo vita, morte e miracoli di Johnny Deep e magari di tutti i film e le serie in cui ha recitato.
Con questo non intendo dire che il grado del costo di attivazione dipenda esclusivamente dal soggetto del nostro interesse, ma è chiaro che tra Alfredo Germount e Johnny Deep c’è una non trascurabile differenza.
Ciò che mi ha sorpresa maggiormente non è tanto la scoperta di una differenza di costi di attivazione tra Johnny e Alfredo, bensì che le persone, anche quando scelgano liberamente Alfredo, possano avere dei costi di attivazione minori rispetto a quelli di un fan del bel pirata. Questo fenomeno è conosciuto dagli economisti come attrattività auratica.
Id est?
Esistono luoghi, nella fattispecie i teatri lirici, che godono del vantaggio di un'aura che fa sì che i costi di attivazione per la fruizione di un'opera siano minori rispetto ad altre espressioni artistiche. In altre parole il solo fatto di recarsi in un determinato luogo viene considerato un valore in sé, indipendente dai costi di attivazione che invece altri luoghi e altri soggetti richiederebbero.
Posto che non sempre siamo interessati a incrementare i nostri costi di attivazione e che questi, a volte possono essere contenuti da un determinato tipo di offerta, un minimo di sforzo conoscitivo è sempre consigliato, quindi sapere che la Gioconda si trova al Louvre anziché a Lourdes ridurrà in maniera considerevole i nostri costi di attivazione in termini di tempo.
Sapere che ogni attività cognitiva richiede un costo di attivazione e quindi fatica mentale, è importante per chi, come noi, dovrà sollecitare la mente del fruitore affaticandola parecchio. In altre parole, innamorarsi di Alfredo costerà sempre caro, forse meno se a presentarcelo fosse Johnny Deep.
Martina Cavalieri
Elisabetta Gherardi

venerdì 13 novembre 2009

Più forza all'articolo 9 della nostra costituzione!!

(Articolo 9 della Costituzione Italiana: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”)

L’Italia dimentica il suo patrimonio culturale. Lo stato italiano investe in cultura circa 1 miliardo e 700 milioni di Euro, ovvero solo lo 0,23% del bilancio statale annuale. E questo concretamente cosa significa? Per esempio, quanti sono i visitatori annui di tutti i 4000 musei del nostro paese? Volete la risposta subito subito, così su due piedi?Allora tenetevi forte: 35 milioni. Detto così non vuole dire molto, perciò cercherò di inserirvi all’interno del panorama europeo con un semplice esempio: il Louvre conta circa 8 milioni di visitatori all’anno…ma il Louvre è un solo museo, in Italia ne abbiamo ben 4000. Ma d'altronde cosa ci possiamo fare se l’Opéra di Parigi riceve dallo Stato francese 100 milioni de Euro all’anno, mentre in Italia l’intero FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) si aggira attorno ai 398 milioni? Cosa fare per evitare di mettersi a piangere e strapparsi tutti i capelli?
Tutto ciò è quanto emerso dalla lezione tenuta dal Dott. Grossi, Presidente e Segretario Generale di Federculture e Consigliere d’Amministrazione Fondazione MAXXI, durante la quale ci siamo fatti un’idea su come funzioni in Italia la gestione del patrimonio culturale, quali soggetti giuridici sono impegnati in questa attività, quanti e quali fondi lo Stato destina ogni anno alla cultura….e diciamo che lo scenario emerso non è dei più idilliaci.
Insomma, non rimane che sperare in un futuro più roseo. Il quale sembra essere in mano a ciò che il Dott. Grossi chiama Gestione Autonoma, ovvero a quelle strutture di natura privatista che, svolgendo un servizio pubblico, come la gestione e la tutela dei beni culturali, rispondono a un obiettivo pubblico. Ma non solo, prima di tutto il futuro italiano è in mano all’Italia, in mano a un paese ricco dal punto di vista artistico, architettonico, culturale e paesaggistico. “Si tratta, allora, di acquisire consapevolezza e di impegnarsi per favorire e valorizzare quegli asset, quelle caratteristiche originali sulle quali anche oggi possiamo essere competitivi a livello internazionale” (Roberto Grossi, “La cultura, o l’altra faccia della crisi” in VI Rapporto Annuale Federculture).
Maria Chiara Buffoni
Chiara Caldara

lunedì 9 novembre 2009

punti di vista (diversi tra loro, sempre)

Pierpaolo Tognini e Giulia Hertmaier, riflettono sul gruppo. Diversità, confronto, solidarietà: un master è anche la sfida di sviluppare un'intelligenza collettiva...



E’ arrivato il momento di dare una svolta: e se ci raccontassimo un po’ di noi?!
Fino adesso nel blog abbiamo parlato solo di lezioni e di attività proposte dal nostro Master (dico nostro senza piaggeria perché in fondo per quel poco che possiamo lo stiamo condizionando).
Ma non è che ci stiamo dimenticando di noi?
Quando diciamo noi intendo gli studenti MAC7.. quelli che iniziano la giornata tutti insieme su una funivia e che non perdono la voglia di parlare e di confrontarsi anche dopo sette ore di dure lezioni.
Non avremmo mai pensato di trovare una varietà così eterogenea di partecipanti all’interno di un corso di alta formazione come quello che sto seguendo.
Non esiste uno di noi che assomigli ad un altro!!
La particolarità è che la varietà del gruppo non è stata casuale ma mi convinco sempre più che è stata selezionata appositamente.
Ci sono ragazzi che vengono da tutta Italia ma anche dalla Spagna e dal Messico.
Si è quindi verificato quello che Silvia Bruno ci aveva detto durante le selezioni circa la tendenza della direzione del Master di scegliere persone dalla più svariata provenienza.
Stiamo iniziando a pensare che questa decisione ci sarà utile quando entreremo nel mondo del lavoro dove avremo bisogno di saperci relazionare e operare con persone anche molto diverse da noi.
Non è facile andare d’accordo con tutti – troppe differenze, troppi modi di vedere anche le cose apparentemente più banali – e io per primo non sono di sicuro il ragazzo più semplice ed accomodante del gruppo!
Tutte queste diversità non hanno però impedito una corretta convivenza e operatività in aula.
Certo… a volte ci “scateniamo” in esternazioni caotiche dalle quali però cerchiamo sempre di trovare un punto di ripartenza.
E’ la nostra voglia di realizzare al meglio il percorso intrapreso che ci permette di arrivare a una soluzione comune e “mediamente” condivisa che rappresenti il meglio che si possa fare in un gruppo così strutturato dove ognuno ha i propri PUNTI DI SVISTA!!

“For Martha with love” by Kendell Geers

“Ogni volta che attraversiamo la strada o facciamo l’amore prendiamo decisioni vincolate al nostro essere vivi ed assumiamo una posizione piuttosto che un’altra” K. Geers

La mostra "IRRESPEKTIV" di Kendell Geers curata da Warren Siebrits, Jérôme Sans, Paulo Herkenhoff, Christine Macel, Rudi Laermans and Liveven de Cauter è stata inaugurata il passato 30 ottobre al MART di Trento e Rovereto. Prima di dirigermi al primo piano per visitare la mostra, vado al bookshop a prendere una copia della pubblicazione sull'opera di Geers e decido di andare da lui a chiedergli la dedica. Non è una cosa che faccio di solito. Ma questa volta è per me un obbligo civile, di coinvolgimento, di far sapere all’artista che c’e un interesse e un’attenzione. Kendell è sicuramente un uomo di mondo, attento e gentile a chi accoglie il suo invito a dare vita e senso alla sua opera. Vale a dire quel percorso che di seguito viene proposto come una raccolta di lavori prodotti durante anni d’attività artistica-politica che non vuole essere chiamata retrospettiva, bensì, irrespettiva.

“Apri la mente, guarda col cuore e non avere paura” è la raccomandazione di Kendell Geers sul come fruire al meglio le sue opere. La mia collega Karen Chistè descrive così la sua esperienza: “mi affaccio alla prima sala e mi trovo ingabbiata in un labirinto di filo spinato, ai miei piedi uno specchio che amplifica la sensazione di essere in trappola. Eternità claustrofobica. Confini e scelte imposte. Come quella tra l’andare a sinistra e procedere con il percorso proposto o a destra, direzione che porta alla collezione permanente e rassicurante del MART”. Karen si rende conto che l’artista vuole interagire con il visitatore, spronandolo a decidere e a riflettere sulle proprie scelte e continua: “sto al suo gioco e giro a sinistra”.
Il suo lavoro rispecchia i colori dell’esperienza che ha vissuto, l’apartheid. Ma non pretende e non desidera che la sua arte sia vincolata ad un luogo o al fatto di essere nato in Sud Africa. Al contrario, il suo è un intento di parlare di quello che accade all’intera condizione umana, della fragilità in ognuno di noi e la vulnerabilità in cui viviamo al giorno d’oggi in un mondo del simulacro. Lo fa mettendo il visitatore in prima fila, o meglio dire, sul palco dove la quotidianità di una violenta realtà ha luogo e della quale siamo dei sopravissuti senza rendercene conto. Inoltre, le mostre di Geers implicano un alto grado di attenzione a come ci si muove nello spazio fisico, perché altrimenti c'è il rischio di letteralmente farsi male.
Si possono trovare dei bicchieri in vetro sporchi, il collo di una bottiglia di birra Heineken spezzata, lo spray nero sulla carta e le stampe di parole che formano simmetrie. Secondo Karen “la trasparenza è corrotta e la parola diventa immagine, che riflette ed è riflessa da chi guarda e prende parte al senso dell’opera”. Condivido con Karen che nell'opera “postpunkpaganpop”, dove lo specchio è il pavimento del labirinto di muri di filo spinato, il nostro corpo diviene immagine, superficie riflettente del mondo in cui viviamo e delle parole che ci definiscono. “Fuckface” ne è l’esempio e l’icona. Per Kendell Geers “la parola è incarnata e trasformata in un’immagine che parla al lato non-verbale dei nostri cervelli”, una forte reazione emotiva è assicurata.
Personalmente rimango stupita dopo aver visto un video che raffigura il linciaggio di un uomo da parte di un gruppo di persone prese dall'euforia collettiva che finisce per bruciarne il corpo ormai inerte. Allora chiedo a chi mi accompagna: "ti rendi conto di che cosa siamo capaci noi esseri umani?". Non è la violenza in sé quello che mi turba di più, ma la pretesa dei visitatori arrivati alla fine della proiezione, che il video debba riprendere da solo e la loro delusione al vedere che non c’è un loop. Desiderio avido di consumare qualsiasi cosa, anche se non si sa di che si tratta. Una reazione di sorpresa quando vengono a sapere che l’opera è da guardare sotto la propria responsabilità e su richiesta. È chiaro: in questa mostra bisogna saper decidere.

Martha Jiménez Rosano
Karen Chistè

domenica 1 novembre 2009

l'arte in mezzo ai denti


IL LAVORO DELLO SPETTATORE: OSSERVAZIONE O SIMULAZIONE?. È questo il tema della lezione di Chiara Cappelletto. Tra le tante cose che potevo scegliere di raccontare in questa settimana quale sarebbe stata più interessante di questa che si inserisce nell’acceso dibattito “ma questa è arte?!”.
Il percorso proposto è stato lineare, ma le opere sulle quali ci siamo soffermati hanno suscitato numerosi problemi. Finché si tratta di parlare de “Las meninas” di Velazquez o di Picasso, l’aula si è dimostrata taciturna, ma già alla comparsa di Anish Kapoor gli animi hanno iniziato ad agitarsi. Ma il colpo finale è stata la visione del video di Bill Viola “Space between the teeth” . Il video aveva come finalità farci comprendere come nella video arte il rapporto con lo spettatore viene giocato attraverso l’uso di più esperienze sensoriali. L’arte contemporanea segna un passaggio dalla mono dimensionalità del supporto a manufatti interagenti con il fruitore che si sente partecipe del linguaggio artistico.
Ma questa è arte o non lo è? La risposta resta aperta. La domanda che ci siamo posti riguardava non tanto il che cosa dell’arte, ma il chi. Lo spettatore di fronte all’opera che cosa fa? Osserva o simula? E qui ci vengono incontro i nostri ormai compagni di viaggio… i neuroni! Ma non tutti, solo i famosissimi e studiatissimi neuroni specchio! Allora… facciamo un po’ di chiarezza. Una opera come quella di Kapoor spiazza l’osservatore perché non si comprende da quale parte vedere meglio l’opera, non c’è un punto privilegiato. L’opera chiede di essere toccata, ascoltata, vissuta, quindi il fruitore la osserva, ma insieme la simula (i neuroni specchio insegnano!). In poche parole il fruitore dell’opera d’arte entra in un circolo che lo “investe”: da osservatore diventa simulatore per poi ricominciare il ciclo. L’arte contemporanea ha “spiazzato” l’occhio degli osservatori, ma li ha anche “risvegliati” dal loro modo di immaginare il bello, liberando i sensi e quindi liberando le menti.